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Genitorialità

Non devi risolvere tutto. Puoi imparare a restare.

23/09/2026

Una delle esperienze più difficili per un genitore è vedere stare male un figlio.

Perché il primo istinto, quando un figlio soffre, è farlo stare meglio. Se è in ansia, lo tranquillizziamo. Se è arrabbiato, gli spieghiamo che non ne vale la pena. Se è deluso, cerchiamo subito qualcosa che lo tiri su. Lo facciamo perché gli vogliamo bene, ovvio. Ma più interveniamo, meno lasciamo a lui la possibilità di scoprire che può farcela da solo. E questo, alla lunga, non lo aiuta ma lo indebolisce.

Il SUO dolore e il TUO dolore non sono la stessa cosa

Quando un adolescente soffre, qualcosa dentro di noi si attiva insieme a lui. La sua ansia diventa un po’ la nostra. La sua delusione, spesso, ci sembra più grande di quello che è davvero.

E lì scatta la confusione: pensiamo che il nostro bisogno di non vederlo soffrire sia il suo bisogno di essere aiutato. Non è la stessa cosa. Anzi, spesso sono due cose opposte.

Prova a farti questa domanda, la prossima volta che capita : mio figlio ha bisogno che gli tolga questo peso o ha bisogno di scoprire che può portarlo lui?

Cambia tutto. “Non ti preoccupare, ci penso io” e “So che è dura, e so anche che ce la puoi fare” non sono due modi diversi di dire la stessa cosa. Sono due messaggi opposti. Il primo dice: da solo non ce la fai,il secondo dice: io ci sono, e tu vali.

Ci sono cose che un adolescente deve attraversare da solo

Puoi ripetere a un figlio cento volte come si studia per un esame, ma l’esame lo deve sostenere lui. Puoi spiegargli come si sceglie bene un’amicizia, ma la delusione, quella, la deve provare sulla sua pelle. Puoi metterlo in guardia da ogni errore possibile, ma non puoi evitarglieli tutti.

E va bene così. Perché un conto è ascoltare un consiglio, un altro è costruirsi una competenza attraverso l’esperienza diretta. Quello che si impara sbattendo la testa non lo dimentichi più. È la differenza tra sapere una cosa e saperla davvero.

Quindi sì, a volte tuo figlio deve arrabbiarsi. Deve rimanere deluso. Deve accorgersi da solo che una scelta non ha funzionato. Non perché tu debba sparire nel momento del bisogno, ma perché certe cose non si insegnano: si vivono.

Esserci non vuol dire fare qualcosa

Questa è la parte più difficile da accettare, secondo me. Siamo abituati a pensare che aiutare significhi agire: trovare la soluzione, intervenire, sistemare. Quando i figli sono piccoli funziona così, e va benissimo.

Ma con un adolescente il tuo ruolo cambia. Devi restituirgli, un pezzo alla volta, tutto quello che finora hai fatto tu al posto suo. Non smetti di essere genitore. Diventi un genitore diverso: uno che non anticipa, ma accompagna. Che non toglie la fatica, ma resta lì mentre la fatica c’è.

Il messaggio diventa: puoi attraversarla, questa cosa. E io sono qui.

Attenta a non fargli portare anche il tuo dolore

C’è un rischio in cui cadiamo spesso, senza accorgercene: far capire a un adolescente che il suo stare bene serve anche a far stare bene noi.

Se ogni volta che è in ansia ci allarmiamo, se davanti a una sua difficoltà perdiamo la testa, il messaggio che passa è pesante: se io sto male, mamma e papà stanno male. E allora un ragazzo non deve più gestire solo la propria emozione. Deve gestire anche la nostra.

Un figlio deve poter dire “ho paura” o “ho sbagliato” senza doversi occupare, oltre che di sé, anche di noi. Questo non vuol dire fingere di non provare niente. Vuol dire imparare a reggere le proprie emozioni senza scaricarle su di lui. La differenza tra un genitore presente e un genitore travolto sta tutta qui.

La fiducia si costruisce facendo, non ascoltando

Una cosa che dico spesso: un figlio non impara a fidarsi di sé perché gli ripeti “ce la puoi fare”. Impara a fidarsi di sé quando scopre di potercela fare davvero.

Quando affronta qualcosa che lo spaventa e ne esce. Quando sbaglia e trova un modo per rimediare. Quando una relazione finisce e si accorge che, comunque, si sta ancora in piedi. Ogni volta che attraversa qualcosa di difficile, dall’altra parte trova un pezzetto di sé che prima non conosceva.

Quella percezione — “ho delle risorse, posso farcela” — non gliela puoi regalare tu. Puoi solo creare lo spazio perché lui se la costruisca da sé.

Il posto giusto è accanto

Non davanti, a fargli strada. Non dietro, pronta a intervenire al primo intoppo. Accanto.

Abbastanza vicina perché sappia che ci sei. Abbastanza lontana perché possa fare esperienza per conto suo. Non è un equilibrio semplice, e ci saranno momenti in cui dovrai intervenire eccome, momenti in cui il tuo aiuto concreto sarà quello giusto. Ma ci saranno anche tante volte in cui la cosa più utile sarà resistere alla tentazione di risolvere. Respirare. Restare in ascolto. E stare.

Perché stare non è non fare niente, stare è la forma più alta di presenza che esista.

È un pò come dire: “Non posso vivere questa esperienza al posto tuo, non posso toglierti questa fatica, non posso garantirti che andrà come vuoi tu. Ma posso farti sentire che sono accanto a te, mentre la attraversi.

E forse, alla fine, è proprio questo il lavoro di un genitore che cresce insieme a un figlio adolescente: non proteggerlo da ogni difficoltà della vita, ma da un’altra vera nemica: la convinzione di non essere capace di affrontarla.

Nicoletta Giardini

Psicologa · Coach

Psicologa iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n. 31631), ingegnere biomedico, formatrice e coach. Aiuto adolescenti e genitori a capirsi: dietro ogni comportamento c'è un significato.

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